Gli attivisti, tra cui me (devo ammettere: il più cialtrone), hanno ideato e teorizzato il reddito di cittadinanza, inteso fin da subito come universale e incondizionato, già dai primi anni Novanta del precedente Millennio. Questa soluzione politica non solo alla questione della povertà ma anche alla questione del lavoro necessario che tutti, fin dalla nascita, con la loro stessa presenza nella vita associata, provvedono per la riproduzione della popolazione, in termini demografici, culturali e, indirettamente, in termini di profitto per le imprese, ha avuto, con il tempo, sempre più successo. Più ha avuto successo, più si è diffusa la parola “reddito di cittadinanza” nella politica istituzionale più la soluzione politica originaria è stata travisata e fraintesa. Senza lamentare tale malinteso, occorre ammettere che il concetto così come sviluppato teoricamente presentava delle ambiguità e delle ingenuità, forse dovute anche a un’epoca in cui certi problemi d’attualità oggi non erano all’ordine del giorno. Certi limiti allora non apparivano chiari ed è ora di scorrerne alcuni.

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1)      Il concetto di “cittadinanza” era del tutto errato perché entrava in collisione con la volontà politica dei suoi ideatori che la soluzione fosse universale e incondizionata. La “cittadinanza” non è un concetto universale e incondizionato, su un territorio nazionale vi sono cittadini e non cittadini e il “reddito di cittadinanza” era pensato per provvedere al benessere a alla qualità della vita di tutti a prescindere da qualsiasi discriminazione: oggi ci appare ovvio che era pensato anche per i migranti “irregolari”, gli stranieri oltre che per coloro che hanno la cittadinanza italiana o un permesso di soggiorno. Alcune mie personalità, fin dalla fine degli anni Novanta, che sostenevano e avevano una certa internità al movimento RECLAIM!, il primo movimento attivista italiano ad aver fatto del reddito di cittadinanza il cuore delle proprio lotte, avevano dichiarato che qualora questo non fosse stato universale e incondizionato si sarebbe trattato di una parola nuova per una forma di “sussidio di disoccupazione” e, quindi, una forma di “reddito di sudditanza”. Chiariamo il ragionamento. Il reddito di cittadinanza non è soltanto un sostegno per chi è disoccupato, tanto meno con safe test, è un dispositivo giuridico-economico, un diritto di tipo nuovo che la collettività, nessuno escluso, si concede per diritto di nascita, per sempre o comunque per il tempo in cui si sosta all’interno di una certa vita associata che lo prevede, e, dunque, è correlato con la stessa presenza in tale vita associata piuttosto che con il fatto che si sia lavoratori, precari o disoccupati. Ad ogni modo, nel caso si fosse presentato come un “aiuto in denaro” per i disoccupati esso non si sarebbe presentato come nulla di nuovo e avrebbe riprodotto l’adagio per cui chi si trova in stato di indigenza deve essere sostenuto dallo Stato, mentre il reddito di cittadinanza si proponeva di eliminare del tutto l’indigenza a prescindere dalla condizione lavorativa ed evitare completamente le situazioni umilianti e di sudditanza per chiunque nel momento della povertà. La causa della povertà è sistemica, sarebbe troppo semplicistico attribuirla a scelte individuali sbagliate. Non essendo il risultato di una situazione di cui si è causa individualmente non vediamo la ragione per cui si dovrebbe chiedere un aiuto in denaro allo Stato. Piuttosto, fin dalla nascita, dovrebbe essere assicurata a tutti la possibilità di non doverlo mai fare nella propria vita, di modo che si passi da una situazione in cui la povertà è di origine sistemica a una in cui benessere e qualità della vita di ciascuno siano di origine sistemica. Il reddito di cittadinanza 2.0 ha una visione allargata del concetto di “cittadinanza”, la cittadinanza virtualmente appartiene a tutti a prescindere da qualsiasi discriminazione e provenienza, basta essere sul suolo del globo terrestre (ma anche sulla Luna, su Marte, sui satelliti del sistema solare abitabili e sugli esopianeti ci stiamo attrezzando per un discorso pertinente). Non è né il sangue, né il suolo, né il diritto, né il lavoro o il non-lavoro a fondare il reddito di cittadinanza 2.0, ma esclusivamente una certa vita associata. Se si dovesse uscire dalla collettività che se lo concede, ma solo e soltanto in questo caso, allora esso verrebbe momentaneamente sospeso. Ovviamente oggi ambiamo a che il reddito di cittadinanza 2.0 diventi una misura planetaria e siamo attivi politicamente in questo senso, dunque diffusa ovunque, di modo che sia per sempre e per tutti.

2)      Il concetto di valorizzazione fuori dal lavoro non era errata, ma profondamente incomprensibile in vista di un dialogo costruttivo con possibili alleati. Innanzi tutto occorre andare all’origine di cosa gli economisti non marxiani più influenti e che amministrano la teoria del nuovo capitale pensano del valore. Occorre chiarire cosa pensi del valore la teoria economica, ad esempio, marginalista per far in modo di non dover ripetere errori del passato credendo di giustificare il reddito di cittadinanza con una teoria innovativa quando essa era solo debole, postmoderna e poco costruttiva, anche se forse per molti di noi auto-evidente. I marginalisti dell’Ottocento occorre ammettere che riuscirono a far entrare in crisi la legge del valore di Marx basandosi su principi molto elementari come il piacere, il desiderio e la soddisfazione personale degli individui. Merger ad esempio scrive: “il  valore non è inerente ai beni, non è una loro qualità e neppure un’entità indipendente che esiste per sé stessa. Esso è l’importanza che i beni concreti acquistano per gli uomini quando questi si rendono conto di dipendere dalla disponibilità di tali beni per la soddisfazione dei loro bisogni: senza tale consapevolezza dell’uomo il valore non esiste”. Per Merger il valore delle merci è dunque soggettivo, è parte della sfera della soggettività di ciascuno e non incorporato nella merce. Anche per Jevons il termine valore ha un “carattere estremamente ambiguo e non scientifico”. L’economista inglese scrive: “Il valore di scambio non esprime altro che un rapporto: tale termine non dovrebbe mai essere usato in alcun altro senso. Discorrere semplicemente del valore di un’oncia d’oro è assurdo quanto il discorrere del rapporto del numero diciassette”. Per Jevons l’oggetto dell’economia: “è rendere massima la felicità acquistando, per così dire, piacere col minimo costo penoso”. Mentre si sviluppavano tali teorie nell’anno della Comune di Parigi, i marxisti si preoccuparono poco di affrontarle per tempo prima che divenissero dannose e perniciose perché con il loro affinamento sono divenute sempre più difficili da criticare nel merito. Da una parte, poi, con il socialismo reale si è assistito alla nascita di società in cui il lavoro era obbligato e dall’altra alla nascita di società che liberavano tempo libero per il consumo, utilizzando l’astuzia di mettere il piacere, il desiderio e la soggettività dell’individuo alla base della vita associata. Autori come Merger e Jevons hanno gettato le basi della moderna società consumista e dell’aumento esponenziale del feticismo per le merci. Se prima di Marx il feticismo delle merci consisteva nell’attribuire qualità piacevoli direttamente alle cose invece di considerare tali qualità il prodotto di un rapporto sociale, con i marginalisti il feticismo delle merci diventa una sublime perversione di massa che è solo nella psiche dei consumatori. Non a caso i marginalisti scrivono anche di “valore immaginario”, intendendo quando si desidera qualcosa che si crede possa soddisfare i propri bisogni e delude. La delusione è un potente movente a rinnovare l’acquisto spostando nella nostra epoca il consumatore da un brand all’altro.

3)      Approfondiamo ora perché il lavoro necessario pur prodotto dalla sola presenza di ciascuno nella vita associata non verrà mai pagato dalle imprese e dimostriamo come, invece, indirettamente, tale lavoro sia pagato dallo Stato a sua insaputa. Tutti, fin dalla nascita, provvedono a un lavoro necessario alla vita associata, ma tale lavoro non produce pluslavoro e quindi non produce valorizzazione al di fuori del lavoro. È stato del tutto inutile voler dimostrare con mille argomentazioni ragionevoli che vi fosse valorizzazione al di fuori del lavoro, perché tale valorizzazione non è riconosciuta da nessuna teoria economica se non da autori screditati (con qualche simpatica eccezione) che non sono economisti ma semplicemente marxisti eterodossi che utilizzano passaggi di Marx conosciuti solo dagli addetti ai lavori a dalle talpe che ben scavano. Che Renzo Rosso della Diesel inviasse i suoi “osservatori” nei centri sociali e nei rave illegali per acquisire nuove idee per le sue nuove linee di sneakers, tute, jeans, eccetera e che ci abbia fatto un sacco di soldi è risaputo, ma questo non significa che centri sociali e rave illegali producessero valore al di fuori del lavoro. A me sembrava auto-evidente che nei Novanta un compenso forfettario fosse dovuto a tutti per il solo fatto di essere al mondo e non solo alle ragazze e ai ragazzi che inventavano stili senza pretendere nulla in cambio se non divertimento. Mi sembrava ovvio perché, ad esempio, anche qualora un individuo qualsiasi non producesse stile o qualsiasi altra idea innovativa al di fuori del mercato che potesse essere appropriata dal primo furbo che volesse arricchirsi, tutti vestono abiti che esibiscono il brand e tutti fanno pubblicità a costo zero alle imprese del settore moda. Lo stesso discorso si potrebbe fare per altre ragioni per pressoché tutte le merci. Ma vallo a spiegare con queste blissettate vecchio stile alle imprese che ti devono una parte del loro profitto o vallo a spiegare allo Stato che le imprese gli stanno togliendo punti di PIL, come vedremo. Allora cambiamo registro: non vogliamo il reddito di cittadinanza 2.0 perché produciamo valore fuori dal lavoro, lo esigiamo perché riteniamo sia un diritto inalienabile fin dalla nascita che spetta a tutti, a prescindere se lavori o non lavori, se sei un cittadino di un territorio o no, se fai parte di una comunità etnica o no, l’unica condizione deve essere quella di sostare all’interno di una certa collettività che se lo concede e tale collettività nelle intenzioni di chi idea questa proposta deve essere del tutto inclusiva e non fare discriminazioni di alcun tipo, né di provenienza né di genere, né di religione né di qualsiasi tipo di credenza personale. Ora, nel frattempo la situazione si è molto evoluta rispetto a quegli eroici giorni in cui fu ideato il reddito di cittadinanza. Ad esempio il lavoro precario era ancora derubricato come lavoro atipico e la precarietà come flessibilità (vi ricordate le infernali agenzie interinali che avrebbero dovuto demandare ai privati di far incontrare domanda e offerta di lavoro invece che agli uffici di collocamento pieni di scartoffie?) e non era del tutto all’ordine del giorno. La questione principale sembrava ancora la disoccupazione a dire il vero. Solo dal 1997 il termine precarietà comincia ad essere utilizzato in modo diffuso. Oggi sappiamo che le imprese hanno scaricato il rischio dell’iniziativa imprenditoriale sui lavoratori, rendendo il mercato del lavoro flessibile, di modo da assumere quando ce n’era bisogno e di licenziare quando si metteva male. Il sistema del lavoro flessibile ha creato tanti di quei danni a tre generazioni di precari, danni che sono all’origine del bilancio demografico sotto zero del nostro territorio e che, per dirne uno, ha creato una popolazione che ha decuplicato i disturbi psichici ed è diventata fortemente dipendente dagli psicofarmaci, leggeri o pesanti. Chi paga? Lo Stato! Perché deve pagare lo Stato e non le imprese che per anni non hanno internalizzato i danni che producevano utilizzando il lavoro flessibile? E quello dei disturbi psichici della popolazione è solo un esempio come tanti. E poi: lo Stato lo sa che dovrebbe riavere indietro i soldi dalle imprese che non hanno internalizzato per anni e anni l’utilizzo del lavoro flessibile? Lo Stato ha pagato e sostenuto il mercato neoliberista a sua insaputa. Non sarebbe stato meglio che le imprese internalizzassero il danno prodotto alla vita associata e si prevedesse una cassa per il reddito di cittadinanza universale e incondizionato 2.0 invece che far pagare tutto allo Stato fino alla bancarotta?

4)      Perché le imprese e i teorici del libero mercato si sono rifiutati di riconoscere che avevano la responsabilità di pagare loro un reddito di cittadinanza 2.0? Perché negli esperimenti in corso o passati se ne è dovuto far carico lo Stato o le amministrazioni locali? Che c’entrano? Il reddito di cittadinanza 2.0 deve provenire dalla vita associata per la vita associata e non pretenderlo dallo Stato. Lo Stato che nella prospettiva marxiana dovrà essere sostituito da una collettività avanzata che non ne abbia più la necessità non deve essere il soggetto che redistribuisce la ricchezza. Giacché, riteniamo che una collettività avanzata possa esistere subito pensiamo debba essere essa stessa a trovare le modalità con cui concedersi un reddito di cittadinanza 2.0. Per poter portare a termine un progetto del genere occorre comprendere laddove effettivamente la popolazione produce valore con la propria sola presenza nella vita associata, laddove, pur risultando solo in apparenza fuori dal mondo del lavoro, si trova, al contrario, invece, del tutto all’interno al sistema di domanda e offerta del mercato senza saperlo. Crediamo che tale sistema di domanda e offerta del mercato oggi sia rappresentato in modo considerevolmente dimostrabile dalla rete delle piattaforme digitali e dei dispositivi mobili. Tale rete è un formidabile sistema di mezzi di produzione che se fosse sottratto agli imprenditori che li gestiscono abusivamente potrebbe rendere misurabile il valore che la sola presenza nella vita associata digitale produce. D’altronde sono stati proprio tali imprenditori a sostenere fin dall’inizio che in un tale sistema gli utenti producono i contenuti e che quindi fanno rendere in termini di ricchezza piattaforme che altrimenti sarebbero solo dei modesti mezzi di gestione e amministrazione. Per questo la loro proprietà privata è abusiva. Chiamiamo dunque “webfare” il sistema che potrebbe garantire il reddito di cittadinanza 2.0 e che potrebbe essere offerto a tutti, indipendentemente, in realtà, dal fatto che utilizzino effettivamente le piattaforme digitali, i browser e i dispositivi mobili qualora questi incredibili mezzi di produzione economica, sociale e culturale fossero sottratti ai loro gestori e amministratori. Si sarà compreso che solo e soltanto quando ciascuno entra di fatto nel sistema di domanda e offerta del libero mercato che egli è effettivamente compensabile. Altrimenti il lavoro necessario che ciascuno produce fin dalla nascita non produce pluslavoro e non produce valore, è lavoro gratuito che nessun imprenditore pagherà mai né intenderà mai perché dovrebbe pagare. Una fuoriuscita in massa dalle piattaforme digitali e dalla rete dei dispositivi mobili, un sciopero generale tale della vita associata on line potrebbe essere una eccellente mossa strategica per poter fare pressione e ottenere per la prima volta che si metta in crisi e in questione a livello planetario la gestione e l’amministrazione privata della vita associata digitale, a fini economici  (il business legale o illegale dei profili personali di ciascuno ad esempio o quello dei gusti personali per orientare l’offerta di merci in modo più customizzato) e di gestione del sistema-mondo. Pressione perché il sistema di piattaforme, browser e dispositivi mobili passi a un livello superiore rispetto al passato, a un autogoverno orizzontale e decentratato. Tutte le piattaforme digitali agli utenti! In fondo, ripetiamo, non sono che dei modesti mezzi di gestione. Solo in questo caso sarebbe perfettamente accertabile il valore prodotto dalla vita associata incorporato, direttamente e indirettamente, in questo sistema di mezzi di produzione da decenni, misurabile la speculazione avvenuta e possibile una redistribuzione della ricchezza attraverso un nuovo tipo di welfare non statale, il “webfare”, mai visto prima.

5)      Questa proposta non nasce da scandali come Cambridge Analytica e dalla presenza di gente come il CEO Alexander Nix nella gestione e amministrazione delle piattaforme digitali o delle app dei dispositivi mobili. Non ci scandalizziamo affatto che i profili di ciascuno vengano venduti illegalmente per orientare la politica planetaria giacché venivano già ceduti “lecitamente” per i motivi più banali come le indagini di mercato, le schedature politiche degli attivisti o la fascicolazione di tutti coloro che credono in Maometto. La proposta ha ragioni più profonde: prima che il contenente (piattaforme digitali e dispositivi mobili) inizi a produrre l’utenza (web 3.0), ovvero una vita associata imbelle, con il sentore e, anzi, la fatticità che qualcosa stia avvenendo nella politica planetaria per colpire gli imprenditori che gestiscono e amministrano le piattaforme digitali  e le app dei dispositivi mobili occorre che gli utenti che ne hanno, da anni e anni, generato il contenuto e, quindi, la materia prima da cedere legalmente o illegalmente pretendano di essere pagati per tutto questo lavoro gratuito realizzato all’interno del sistema di domanda e offerta del libero mercato. Non si tratta di una rivendicazione marxiana stricto sensu, anche se sarebbe molto divertente dimostrarlo con le categorie marxiane, ma in questo opuscolo vogliamo essere semplici: siamo nella condizione per cui l’utente non vende la propria forza-lavoro al capitalista e questo non detiene i mezzi di produzione davvero. L’utente cede gratuitamente i propri contenuti con mezzi che egli ha acquistato per sé, quindi con mezzi di produzione propri (personal computer, portatili, tablet, dispositivi mobili, eccetera) a una piattaforma che è solo un mezzo di gestione e amministrazione la cui proprietà privata è, dunque, evidentemente abusiva e illegittima. Qui non si tratta di espropriare nulla, non si tratta di fare violenza di classe a nessuno, il ragionamento marxiano sulla compravendita della forza-lavoro tra il lavoratore e il capitalista e la produzione di valore prodotto dal pluslavoro che andrebbe tutto dalla parte di quest’ultimo invece che da quella del lavoratore è molto più complesso e di difficile comprensione a causa della “naturalizzazione” del rapporto tra capitale e lavoro vivo, a causa del fatto che viviamo in un ambiente che crediamo come “naturale” solo perché il feticismo delle merci ci rimanda l’immagine del lavoro complessivo come se noi non vi partecipassimo e non fosse un nostro prodotto. Se vi è un cedimento del feticismo delle merci e l’ambiente in cui viviamo diventa sempre più chiaro essere l’immagine del lavoro complessivo in cui noi partecipiamo non è perché siamo diventati più insensibili alla seduzione delle cose, ma proprio perché abbiamo maggiori informazioni sulle merci, i materiali con cui sono realizzate, il lavoro che vi è incorporato e gli imprenditori che le mettono sul mercato.  Grazie alla cooperazione di tutti nel fornire utili dettagli nella rete, ovvero grazie alla cooperazione degli utenti nel produrre contenuti nel web 2.0 tutto è più trasparente. Quindi proprio l’evoluzione della vita associata in forme più avanzate rende possibile da una parte, semplificare le categorie marxiane, presentandole come più comprensibili, dall’altra produce una sorta di elementarità del nostro ragionamento a prescindere da qualsiasi categoria marxiana che rende il reddito di cittadinanza 2.0 una richiesta del tutto naturale, normale e condivisibile da chiunque.

 

 

Accorrete filosofi ed economisti a copiare: l’idea proviene dall’area Luther Blissett romana e dal Basic Income Network. Retrodatazioni non saranno credibili. LUGLIO 2018. WEBFARE è un lemma che appartiene all’umanità futura.