Il 17 febbraio 2009 fu inaugurata in un appartamento di Roma un'esposizione delle opere dell'illustratrice Valeria Crociata e dei lavori della fotografa Delfina Todisco. Per l'occasione il Dipartimento Arte e Propaganda scrisse un testo sui disegni di Valeria Crociata, qui ospitiamo la versione integrale finora inedita dal titolo "Da un momento all'altro". Questo piccolo saggio ritrova nell'Unico di Max Stirner il primo discorso esplicito sul post-umano e rintraccia nelle sue riflessioni sugli spettri l'origine della celebre frase di Karl Marx: "uno spettro si aggira per l'Europa". 

“Apartment” nasce dall’esigenza di aprire uno spazio intimo e segreto come solo lo spazio del privato sa esserlo. L’intimita’ come sentire comune tra due artiste che trova la sua collocazione ideale e fisica nel luogo piu’ privato della casa: la camera da letto. Apartment e’ il momento e il luogo in cui si incontrano due sensibilita’, quella dell’illustratrice Valeria Crociata e della fotografa Delfina Todisco.

tratto dal comunicato stampa

DA UN MOMENTO ALL’ALTRO

Commento del Dipartimento Arte e Propaganda alle opere di Valeria Crociata presentate in occasione della mostra Apartment

L’idea di esserci inoltrati in un’era al di là dell’uomo non è nuova, è anzi anticaglia senza alcun valore. La prima formulazione conseguente risale al 1844, all’Unico di Stirner. Egli sosteneva che era stato spazzato via l’al di là fuori di noi, che Dio era morto e che questa era stata la grande impresa degli illuministi, ma che un nuovo al di là, l’al di là dentro di noi era diventato un  cielo mai visto prima che c’invitava a nuovi assalti. Dio ha dovuto far posto a noi, all’uomo, e il “disgraziatissimo”, così lo appellava Karl Marx, chiedeva: “…come potete credere che l’uomo-dio sia morto se prima, in lui, non è morto oltre al dio, anche l’uomo”.

Ida Overbeck moglie del teologo protestante tedesco Franz Camille Overbeck che aveva diviso l’abitazione con l’amico Nietzsche, ricorda di una conversazione con il filosofo in cui egli le aveva parlato di Stirner, pentendosi di averlo fatto perché un giorno lo si sarebbe potuto accusare di plagio. E il pensiero del post-umano nel migliore dei casi, quando non è fantascienza o ingenuo furore tecnologico, non può andare più addietro del pensiero di Nietzsche.

Riteniamo che sarebbe scandaloso definire i disegni di Valeria Crociata come “momenti” di vita quotidiana al di là dell’uomo. Con queste opere siamo, piuttosto, introdotti in un tempo e in uno spazio del tutto contemporanei, siamo quindi ben oltre. I contemporanei sono rari, ed essi vanno giudicati come tali senza considerazione per l’epoca cui appartengono. Valeria fa parte di una cerchia di contemporanei di nuova generazione che eredita un’attitudine che non ha mai aspettato la crisi evidente delle ideologie umaniste per manifestarsi. I “momenti” illustrati da Valeria avvengono oggi, e sono il risultato chiaro di lenti e stratificati sommovimenti geologici che hanno dissestato la terra dell’uomo civile in più di centocinquanta anni. Valeria si dovrebbe dire, dunque,  “una contemporanea” e benché la vita che mostra è effettivamente oltre l’uomo, lo è già da parecchio tempo.

Le etichette comode della critica non vi si attaglierebbero se non nella forma di un discorso tardivo in cui l’immagine supera di gran lungo il pensiero e lo rende ininfluente, capace solo di parole di troppo, costringendolo al silenzio. In effetti se il pensiero non è contemporaneo ma caracolla affannato dietro alla contemporaneità cercando di controllarla “nominandola” qua e là, se il pensiero è in questo stato di inadeguatezza, le immagini di Valeria lo costringono a tacere. Questi momenti ammutoliscono ostacolando la nominazione di ciò che sta divenendo e impongono di guardare in faccia il contemporaneo, quella luce che Agamben definisce, tuttavia, “il fascio di tenebra” del presente.  

Ciò nondimeno in queste opere non regna il silenzio, sarebbe troppo facile scambiare il silenzio dovuto della critica e della filosofia con il silenzio dell’artista. L’artista ha il suo metodo, è il pensiero della contemporaneità che non tace perché non nomina, che illustra perché non descrive, che evoca perché non cede alle astuzie della ragione, è il pensiero che s’inoltra, che laddove rimane senza parola non per questo è senza poesia. Non v’è nessuna tentazione postmodernista, qui non ci si ferma, ma tra le pieghe e gli scarti ci si fonda ugualmente. Non c’è più nulla da decostruire, non rimane nulla. E nemmeno si ricostruisce come dopo un bombardamento. Qui si costruisce. Qui si raccolgono le rovine del vecchio mondo, e con i brandelli dispersi dell’umanità si fondano degli individui che non possono più dirsi figli della civiltà.

Non sono individui fatti a pezzi da una sciagura avvenuta o imminente, ma individui fatti di pezzi che evocano l’epoca a venire. L’individuo è ovunque esploso e non lo si ricostruisce, la vita autentica è una potenza che avanza lo stesso e colui che vive continuiamo a chiamarlo individuo solo per abitudine, ma è evidente che la pasta di cui è fatto è sangue, carne e allo stesso tempo cenere proveniente da quell’esplosione.

Ancora non sappiamo guardarli, questi individui. Siamo impreparati e non potrebbero che apparirci come spettri. Tutto ciò che non si è ancora del tutto manifestato appare come spettro. E allora sembrerebbe di avere a che fare con spettri alle prese con piccole e grandi felicità o con piccoli e grandi turbamenti, se ridono sembrerebbe di non poter sentire le risate né di poter ridere con loro. I loro occhi, le loro pieghe, le loro bocche, le loro mutazioni evolutive potrebbero risultarci insopportabili, potrebbero urtarci. Parlando di spettri non potremmo non tornare al nostro disgraziatissimo “Einzige”.

Era un dilettante e il suo celebre testo è molto approssimativo, ma ciò non toglie che il suo impatto su Marx sia stato del tutto sottovalutato. Gli esegeti del marxismo si sono interrogati a lungo sul perché un così grande pensatore si sia abbassato al suo livello per cimentarsi in una critica tanto scrupolosa da procedere pagina per pagina. Molti di questi esegeti non si sono mai accorti che “lo spettro che si aggira per l’Europa” proveniva da un luogo originario dove ancora non era organizzato, cioè il “fantasma che ha preso corpo”, “l’uomo stesso che è diventato ora lo spettro pauroso che egli cerca di aggirare, di scacciare, di comprendere, di rendere reale e di far parlare” di cui scriveva proprio il nostro “Einzige”.

Egli scriveva: “Non si aggira forse il tuo spirito come uno spettro nel tuo corpo?” e continuava: “non è forse lui solo vero e reale, mentre il tuo corpo è ‘caduco, vano’ o nient’altro che una ‘Parvenza’? Non siamo tutti fantasmi, esseri inquieti ed inquietanti che attendono «La redenzione», insomma «spiriti»?”.

Ma chi è questo tu cui si rivolge il disgraziatissimo? Marx non ha dubbi è Szeliga, personaggio del feuilleton “I misteri di Parigi” di Eugéne Sue che Stirner aveva recensito nel 1842. Szeliga è l’ultimo uomo a credere all’uomo. Il riferimento a “I misteri di Parigi” e all’oscuro personaggio di questo romanzo d’appendice che invita a creare il regno dell’uomo sulla terra non è solo per Marx l’occasione di prendere per i fondelli chi “fonda la propria causa sul nulla” invece di pretendere tutto, ma anche per mettere in luce che questo primo miserabile tentativo di liberarsi dello spettro dell’uomo è ancora solo un momento di una vita immaginaria. Immaginaria e spettacolare come il romanzo di Sue.

Solo quando ci si libera di questo spettro perché finalmente è diventato manifesto che un uomo al di là dell’uomo si è presentato sulla scena del mondo, che la parvenza s’incarna e prende a organizzarsi coi suoi simili. Appare allora una moltitudine, una torma composta da tali individui che pur dovendosi ancora manifestare davvero già terrorizza un continente intero come un solo spettro. La lezione che da tempo i contemporanei tengono a mente è che le credenze generali sugli spettri vanno rovesciate: non ciò che è morto diviene spettro, ma ciò che è ancora nascosto e segreto, ciò che non si è del tutto incarnato. Lo spettro attende sempre di accedere ad una fase di rischiaramento. Non ci stupiamo allora se Michel Maffesoli nel suo ultimo lavoro, con tanto ritardo dunque, invita a considerare l’Apocalisse nel suo senso strettamente etimologico, proprio come una transizione in cui si disvela ciò che era nascosto e segreto. 

Gli spettri inquietanti che vediamo nell’opera di Valeria Crociata ci appaiono tali perché sono corpi ancora indeterminati che attendono la propria occasione per potersi dire vivi. Sono i nostri veri contemporanei, coloro che appaiono appena nel presente ma che popoleranno il futuro.

Ci piace definire le opere di Valeria come “momenti”. Valeria è stato il “momento” iniziale e il “momento” finale di un nostro progetto, il foglio di propaganda “Deadzine”. Realizzò per noi all’inizio del 2008 un “momento” della magia e alla fine di quell’anno un “momento” dell’apocalisse. In entrambi i casi non si trattava di una sfida affatto facile. Eppure lei c’è riuscita con molta eleganza e naturalezza. “Momento” per noi non sta per istante, non è semplicemente una categoria del tempo. Sì: il suono di questa parola è più veloce della parola “movimento” e richiama a un’idea del fondarsi e dell’appropriazione del tempo radicalmente differente da quella della parola “monumento” di cui sembrerebbe le contrazioni. Ma non basta. Per noi “momento” è  ciò che accade quando si toglie. Ciò che è tolto non cade nel nulla, né hegelianamente si ricompone con il suo opposto. Piuttosto è ciò che annuncia un nuovo campo di tensione sul quale si giocheranno le possibilità dell’esistenza. Le opere di Valeria sono momenti, sono ciò che è tolto, sono annunciazioni su scenari che riguardano singolarità e non moltitudini. Singolarità è il luogo dove tutto può accadere e la moltitudine diviene una potenza solo se le singolarità sono già precipitate. E’ in queste tavole tutto deve precipitare da un momento all’altro.

Sono momenti perché sempre nella catastrofe ci sono delle concrete possibilità da cogliere. Un’immagine tipica di questa dialettica senza sintesi e senza dispersione è il fiore nero. Hegel scriveva: “Cosicché, dopo aver cacciate queste tenebre, provenienti dal fatto che lo spirito, voltosi in sé, si occupava nella scolorata considerazione di se stesso, sembrò che l’esistere si fosse tramutato nel sereno mondo dei fiori, fra i quali, com’è noto , non ve ne sono di neri”. Dal mondo senza colore dello spirito e degli spettri al mondo colorato dei fiori tipico dei lumi noi scopriamo il nostro “momento”: è un fiore nero. Il fiore nero evoca molte cose, ma tra le altre che si è andati al di là dell’uomo, ma mai al di là della donna, né potrà mai avvenire.

Dipartimento Arte e Propaganda, Febbraio 2009